La luce splende nelle tenebre. Cardinale Van Thuȃn: storia di speranza.

Copertina_Velasco

Questa biografia del giornalista spagnolo Miguel Angel Velasco, specializzato in informazione religiosa e agiografia contemporanea, colma a suo modo un vuoto editoriale: nonostante le ricerche degli ultimi anni, infatti, non esistono a tutt’oggi molte biografie ragionate sulla vita e sul magistero di Van Thuȃn, soprattutto relativamente all’ultima parte della sua vita, alla diffusione della fama di santità e all’inizio della causa di beatificazione. Quello che si conosce del grande Cardinale tra il grande pubblico, in via generale, è piuttosto frutto di racconti aneddotici e relativamente brevi, come se la sua vita si esaurisse in un episodio – per quanto significativo – degli anni del carcere, in un colloquio con Giovanni Paolo II, o in una citazione esplicita di Benedetto XVI. In realtà, Van Thuȃn ha vissuto – per così dire – più vite: una prima parte che va dalla vocazione precocissima al seminario e all’ordinazione sacerdotale in Vietnam, una seconda che comprende gli anni del’episcopato insieme alla lunghissima detenzione in carcere senza processo (13 anni), infine una terza parte coincidente con la liberazione, l’espulsione dal suo amato Paese, l’arrivo a Roma e il servizio universale alla Chiesa svolto come presidente presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, la malattia, la porpora cardinalizia e la morte. In questo periodo di tempo, 78 anni, inoltre, il mondo è cambiato come non mai: all’inizio della sua vita si era in piena epoca dei totalitarismi, quindi seguiva la Seconda Guerra Mondiale e, al seguito di questa, il processo di de-colonizzazione che pure ha toccato in modo determinante le vicende interne del suo Paese natìo, poi l’Ottantanove con la caduta dell’Urss – ma non del regime vietnamita – e infine l’inizio della cosiddetta globalizzazione mondiale. Non che nella Chiesa non si siano avute svolte altrettanto significative se si prende in considerazione il periodo corrispondente che va da Pio XII a Giovanni Paolo II con in mezzo il ventunesimo Concilio ecumenico della Cristianità. Ecco, se si prova allora a inquadrare la parabola biografica di Van Thuȃn in questo quadro piuttosto articolato s’inizia forse ad avere un assaggio di quanto sia comunque complesso produrre un lavoro circostanziato su una figura storica che è vissuta a contatto con tutti questi avvenimenti, in un modo o nell’altro. La chiave di lettura scelta dall’Autore – richiamando le recenti riflessioni di Papa Francesco sul martirologio dimenticato dei nostri tempi – è proprio quella del ‘martire’ e del ‘martirio’: e se, etimologicamente, ‘martire’, dal greco, vuol dire ‘testimone’ allora il Cardinale, maestro e profeta di speranza nel buio delle strutture di peccato umane, va annoverato senz’altro nella categoria dei testimoni più alti del Cristianesimo del ‘900. Così si spiega la citazione del prologo del Vangelo di San Giovanni scelta da Velasco come titolo dell’opera (cfr. Gv 1,5) che propone la luce di Cristo vittoriosa sulle tenebre del mondo e dei suoi prìncipi sulla scorta – lo scrittore iberico lo premette subito in apertura – anche delle impressioni raccolte dalla sua conoscenza personale con Van Thuȃn, una vera e propria “grazia” (pag. 17) imprevista accaduta nella sua vita.

Questo tuttavia non gli fa smettere i panni del ricercatore di mestiere cosicchè anche nella ricostruzione minuziosa della vita del Cardinale vengono citati praticamente tutti i documenti – giornalistici e più specialistici – usciti in merito, compresi quelli del nostro Osservatorio (cfr. pagg. 95-96-97). Van Thuȃn viene così descritto, con l’ausilio anche di altri testimoni che lo conobbero personalmente, come un “Vangelo vivo” (pag. 68), al pari di San Giovanni Paolo II e Santa Madre Teresa di Calcutta, i Santi in assoluto più seguiti e amati oggi tra i giovani. Il motivo è che – proprio come loro – chi si trova ad avvicinare la figura carismatica di questo indomito Pastore vietnamita con il sorriso sempre sulle labbra, la sua semplicità e la sua saggezza, non può non innamorarsene all’istante cogliendo subito l’intrinseca coerenza tra gli scritti e la vita, tra le prediche e le opere: una qualità che, soprattutto oggi, i giovani e in generale ‘i lontani’ dalla fede guardano subito come caratteristica-prima di credibilità personale. Viene in mente qui la celebre osservazione di Paolo VI quando disse che oggi il mondo non ha tanto bisogno di maestri quanto di testimoni dal momento che – anche quando segue i maestri – solitamente lo fa nella misura in cui questi si rivelino dei testimoni convincenti di quanto affermano. Inutile aggiungere che ‘la stoffa’ di Van Thuȃn era proprio questa: come emerge anche dalle deposizioni in corso nel processo di beatificazione ‘santo’ e ‘santità’ sono le parole spesso più usate per descrivere l’identità ultima e più genuina di questo Pastore umile innamorato di Gesù Cristo.

In tutto ciò, comunque, non manca nella biografia dell’Autore anche il riferimento dettagliato alla dimensione spirituale della sua vita sacerdotale, imperniata principalmente sul primato dell’Eucarestia quotidiana, celebrata anche in carcere, dell’orazione continua e della devozione mariana: una fede asciutta e quantomai concreta, tanto lontana dagli intellettualismi sofisticati quanto dalla ricerca dei miracolismi sensazionalistici sorprendenti (cfr. pag. 70). Non a caso oggi soprattutto con le sue meditazioni dal carcere – ma non solo – ‘il lascito’ più studiato della teologia di Van Thuȃn è proprio ‘la cristianizzazione del momento presente’, ovvero la santificazione della giornata ora per ora, momento per momento, dal momento che è la vocazione naturale che Dio chiama ogni battezzato comunemente a vivere, giacchè il passato non si può cambiare e il futuro non lo conosce nessuno. E se qualcuno obiettasse che non ci voleva certo Van Thuȃn per scoprire una verità evangelica del genere sarebbe fin troppo facile rispondere che altri testimoni in questo senso, alla stessa altezza, finora non si sono proprio visti perché un conto è sapere le cose da fare, un altro è farle realmente. Come disse una volta un predicatore: anche il demonio in persona conosce la Sacra Scrittura, anzi la conosce alla perfezione, talmente alla perfezione da citarla in faccia al Figlio di Dio nelle celebri tentazioni, solo che non la segue, anzi la manipola e fa l’opposto. Viceversa, il nostro Cardinale incentrò la sua vita proprio sull’imitazione del Vangelo sine glossa che definiva “superiore a tutte le Costituzioni” (pag. 75) del mondo – tanto per parlare chiaro – e la cui Magna Charta si trovava nel Discorso della Montagna sulle Beatitudini (cfr. Lc 6,20-23). Non ci soffermeremo qui sull’educazione civico-politica del laicato teorizzata e portata avanti da Van Thuȃn negli anni del suo episcopato – riflessioni in merito si trovano peraltro già in altri documenti di questo Osservatorio – quanto piuttosto sulla sua convinzione che la crisi principale di cui soffrisse la modernità non fosse tanto di ordine economico o politico ma proprio spirituale: “Ci sono pochi Santi!” (pag. 169), soleva ripetere pubblicamente negli ultimi anni. La vera crisi dell’umanità contemporanea, insomma, sarebbe una crisi di santità, il che poi non sarebbe altro che una crisi sociale di virtù cristiane e quindi – letteralmente – una crisi della fede e della pratica stessa del Cristianesimo. Era questo, dopotutto, lo stesso messaggio del Concilio che inaugurando una nuova stagione missionaria della Chiesa, dopo il neo-paganesimo e il materialismo di massa dei grandi totalitarismi, ne aveva anche stabilito gli strumenti sul come conseguirla. Da questo punto di vista, e contrariamente a quanto accaduto per esempio da altre parti, si nota una consonanza straordinaria tra l’episcopato polacco – poi il pontificato – di San Giovanni Paolo II e quello di Van Thuan: entrambi avevano vissuto gli anni del Concilio in prima persona, anzi Wojtyla ne aveva persino fatto parte, ed entrambi erano persuasi che, al di là dei singoli diversi stati di consacrazione, la meta ultima per tutti – laici, religiosi e Pastori – fosse proprio la santità, nientedimeno che la pratica eccelsa delle virtù cristiane. Ed era questo il motivo per cui entrambi si lamentavano del fatto che il Concilio per molti cristiani rimanesse ancora inattuato: non perché mancassero le note a piè di pagina in questo o quel documento ma perché lo slancio apostolico e la consapevolezza della grandezza del compito a cui si veniva chiamati restavano in tante, troppe comunità semplicemente assenti, come se l’evangelizzazione del mondo intero spettasse a una o due persone. Ugualmente, pur non essendo affatto un intellettuale, Van Thuȃn in Vietnam fece sempre di tutto per trasmettere integralmente il magistero sociale a partire dalle encicliche più note (Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, Divini Redemptoris) diffondendole personalmente, spiegandole e commentandole contribuendo così a sviluppare una consapevolezza dell’insegnamento organico della Chiesa che più tardi a livello locale avrebbe dato i suoi frutti (cfr. pag. 186). Insomma, il testo di Velasco fornirà – soprattutto agli estimatori e ai devoti ispanofoni del Cardinali, che sono già tanti – ulteriori spunti di riflessione per comprendere ancora meglio il carisma e la spiritualità di questo straordinario testimone di speranza dei nostri tempi nell’auspicio – l’Autore non lo nasconde affatto, e sinceramente nemmeno noi – che il giorno in cui il suo nome apparirà nel calendario liturgico della Chiesa universale per onorarne la memoria e chiederne l’intercessione non sia poi, infine, così tanto lontano.

 

Omar Ebrahime

A. VELASCO, La luz brilla en las tinieblas. Cardenal Van Thuȃn: historia de una esperanza, Ediciones Palabra, Madrid, Pp. 268, Euro 17,50