Associazionismo aziendale. La regolazione secondo giustizia del rapporto capitale/lavoro (nell’impresa economica) nel progetto sociale di Carlo Francesco D’Agostino

associazionismo

Editore: Cantagalli
Pagine: 100
Prezzo: €9,00

Anche nella società sempre più globalizzata, e anzi ancora di più che in precedenza per certi versi, il rapporto tra capitale e lavoro continua a essere oggetto di dibattiti pubblici infuocati: sindacati che scendono in piazza ogni volta che si parla indistintamente di ‘riforme’, quali che siano, governi che rischiano di entrare in crisi – e a volte vi entrano realmente – per proposte di liberalizzazione nelle assunzioni o tagli di finanziamenti pubblici con plausibili ricadute su posti di lavoro, istituzioni di garanzia dello Stato che tuonano apertis verbis contro gli uni e contro gli altri mentre quella che si suole chiamare società civile assiste spesso da semplice spettatrice a cambiamenti del mercato e dell’organizzazione del lavoro epocali. Per Samuele Cecotti, autore di questo breve saggio – estratto  di una più ampia tesi di baccellierato in filosofia discussa un paio di anni addietro presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna – la questione è ben più complessa e chiama in causa i fondamenti preliminari stessi della vita associata secondo diritto e giustizia, e che – in quanto tali – precedono la pura scienza economica. Lo aveva messo in luce a suo tempo un interprete fedele e parimenti originale del Magistero sociale cattolico: il giurista Carlo Francesco D’Agostino (1906-1999), il quale, ragionando nell’immediato secondo Dopoguerra sulla più autorevole riflessione pontificia in materia aveva ideato un modello apposito di regolazione dei rapporti tra capitale e lavoro che rispettando la cornice di riferimento della libera economia fosse altresì particolarmente confacente alla tradizione cattolica: da qui la proposta dell’associazionismo aziendale.  Una figura, quella di D’Agostino, che – come scrive il Presidente del nostro Osservatorio  nella Prefazione – è stata lungamente marginalizzata dalla cultura cattolica ufficiale nonostante gli indubbi meriti personali riconosciutigli da più parti al punto che “nel 1944, ‘rischiò’ addirittura di divenire presidente del Consiglio dei Ministri nell’ipotesi di un governo cattolico del Luogotenente e che, sino al 1999 anno della sua morte, si battè per la concezione cattolica della res publica” (pag. 5).  Fondatore del Centro Politico Italiano nel 1943 quale Unione di indipendenti cattolici che godrà del benestare anche del collegio dei Gesuiti de La Civiltà Cattolica, il nome di D’Agostino cadrà progressivamente nel dimenticatoio man mano che la Democrazia Cristiana prenderà il potere nel Paese, estromettendolo praticamente dalla politica ufficiale, nonostante il fatto – o forse in fondo proprio per questo – che il giurista continuasse instancabilmente a prodigarsi in un’opera di intelligente apostolato culturale che l’aveva portato – tra l’altro – prima a fondare e dirigere un giornale politico, “L’Alleanza Italiana”, e quindi una vivace casa editrice, dal nome omonimo. Il saggio di Cecotti che qui recensiamo composto di una breve premessa, quattro capitoli e una conclusione, prende spunto precisamente da un articolo intitolato “Associazionismo aziendale” pubblicato a metà degli anni Quaranta sul giornale da lui diretto e più tardi confluito in un’apposita pubblicazione a parte per la medesima casa editrice. Il dato di partenza è costituito dalla domanda di giustizia che il modello di produzione sociale inevitabilmente richiede e che D’Agostino accoglie sposando un progetto di relazione “incentrato sulla eticità/giuridicità delle leggi economiche […] e non, invece, sull’economicismo liberale e marxista che vuole il diritto rispecchiamento di un dinamismo economico/finanziario preteso naturale o strutturale” (pag. 11) il quale tende piuttosto disinvoltamente a giustificare pressochè come inevitabili aspetti che in realtà non lo sono affatto quale ad esempio il fatto che basti semplicemente un rapporto astratto tra i valori di mercato per fissare in un modo ragionevolmente equo la retribuzione del lavoratore, una considerazione che sarà poi non a caso ripresa dal Catechismo di Giovanni Paolo II promulgato nel 1992 (cfr. numero 2434). Correttamente in tal senso il giurista scorge che nella dimensione del lavoro in quanto tale vi è sempre un ‘di più’ che sfugge regolarmente alla contabilità dei processi di contrattazione collettiva e invece costituisce a ben vedere il nucleo essenziale della sua più intima dignità umana: il lavoro è sì azione responsabile personale del singolo che presta la propria opera individualmente a servizio del bene comune (e quindi rientra anch’esso nell’ampia sfera delle attività morali) ma prevede sempre e comunque dei molteplici aspetti relazionali e sociali implicati. Nessuno lavora mai solo per se stesso e, tra le altre, la rimozione sic et simpliciter del tema-famigliare dal quadro sistematico delle politiche remunerative della società occidentale degli ultimi decenni (non solo in Italia, dove la battaglia civile per rimodulare un fisco a misura di famiglia è cominciata solo recentissimamente e continua tra difficoltà inenarrabili) la dice lunga sulla censura istituzionale praticata ormai quasi all’unanimità dalle classi dirigenti europee al potere verso il cosiddetto nucleo fondante della società, stando allo stesso tenore letterale di alcune Costituzioni, e prevista da D’Agostino con largo anticipo.

La novità della riflessione di D’Agostino è però tutta nella considerazione dell’impresa economica quale consorzio di capitale e lavoro insieme deputato a sciogliere cristianamente meglio di altri – e nel modo giuridicamente più opportuno – attraverso la dottrina dell’associazionismo aziendale, la domanda di giustizia che emerge dalle crescenti diseguaglianze lamentate dai più nei processi di produzione contemporanei. Oltre a teorizzarlo, il giurista realizzò anche qualche piccolo laboratorio operativo in proposito come la Società Casa Editrice L’Alleanza Italiana  (S.C.E.L.A.I.), costituita a Roma nel 1945, e intesa statutariamente quale prima azienda associata secondo il modello di diritto societario di sua stessa elaborazione. I fondamenti teoretici risalivano naturalmente in ultima analisi al ricco bagaglio della filosofia realista e in special modo tomista su cui il giurista romano si era formato e gli esiti concreti di questa operazione a lungo termine sarebbero stati rinvenuti nella correzione non solo formale (il quadro positivo del codice civile e in specie del diritto del lavoro vigente) ma sostanziale (il rafforzamento di tutte quelle forme di associazione moralmente più virtuose, come le cooperative o gli istituti che comunque valorizzano maggiormente – in vario modo – la collaborazione fra tutti i fattori della produzione, a dispetto delle più anonime società di capitali) degli aspetti più nefasti del sistema socioeconomico dominante. Si  trattava dunque di un “progetto sociale organico” (pag. 69) che mirava a consolidare virtuosamente l’insieme dell’unione delle forze associate della produzione prevedendo appositamente la partecipazione dei lavoratori agli utili (senza per questo escludere le perdite, in un’ottica di crescente responsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti) come alla gestione – intesa però qui quale forma di coamministrazione che partecipa tipicamente alla nomina dei vertici secondo un voto espresso per corpi – dell’organizzazione aziendale (ma non della proprietà evidentemente, restando i mezzi di produzione come pure il capitale al legittimo proprietario), tanto contro le rivendicazioni, allora notoriamente fortissime, degli agitatori sociali impegnati per la propaganda politico-partitica della lotta di classe, quanto contro il dominio indiscusso del primato delle lobby del capitale a livello globale.

Insomma non l’ennesima ‘terza via’, come spesso in quegli stessi anni è stata peraltro definita la Dottrina sociale quasi che la sua natura più profonda fosse quella di mediare gli eccessi opposti bilanciando con una sorta di neutrale sintesi di compromesso i vari estremismi in gioco (questo fu semmai il ruolo assunto materialmente dallo Stato in alcune democrazie occidentali di quegli anni, Italia inclusa, con le corrispondenti scelte della classe di governo democristiana), ma una proposta di tenuta e ri-costruzione del tessuto economico e produttivo della società cristiana, soprattutto alla luce del Magistero di Pio XII – il Pontefice più prossimo alla riflessione di D’Agostino – che “già nel 1944, individuava con preoccupazione i segni di quel processo, interno al liberalcapitalismo, che, in nome della libertà […] economica, conduce, con apparente paradosso, al soffocamento della reale iniziativa individuale, alla marginalizzazione dell’impresa familiare e ad insidiare la piccola e media proprietà privata” (pag. 71) finendo con il rimuovere per esigenze di crescite di scala le realtà più legate al territorio e più in generale la finalizzazione dell’economia al bene delle famiglie e dei corpi intermedi. Oggi, pur con il mondo radicalmente mutato rispetto ad allora, restano tuttavia sul tappeto e anzi ancora più urgenti tutti i problemi relativi alle nostre democrazie in crisi cronica da debito, al dominio sempre più invadente di un potere finanziario oscuro che dall’esterno cambia o sostituisce i governi nazionali eletti, all’insostenibilità – per venire al nostro Paese – della pressione fiscale che saccheggia di fatto i risparmi dei nuclei famigliari più virtuosi delimitando sempre di più l’autonomia economica dei soggetti spesso con meno tutele sociali mentre l’ambito pubblico viene parallelamente svuotato dei residuali spazi di sussidiarietà. Sollecitazioni che dovrebbero riportarci a parlare di etica e coesione sociale, in fondo le grandi direttrici della Dottrina sociale, riscoprendo la preoccupazione genuina per la domanda inevasa di giustizia che interrogava la riflessione di D’Agostino: potrà essere una domanda oziosa per uno studioso accademico dei trend, ma dovrebbe essere in fondo quella più importante – e forse l’unica che conti realmente – per chiunque cerchi di migliorare le condizioni del mondo reale alla luce del Vangelo.

Omar Ebrahime

 

S. CECOTTI, Associazionismo aziendale. La regolazione secondo giustizia del rapporto capitale/lavoro (nell’impresa economica) nel progetto sociale di Carlo Francesco D’Agostino, Prefazione di mons. Giampaolo Crepaldi, Cantagalli, Siena 2014, Pp. 100, Euro 9,00.